Tutto si conduce ad unità. Ogni molteplicità, ogni alterità, ogni disseminazione, gira per le idee, per le emozioni, per le tragedie e le commedie, allontanandosi da se stessa, dal punto di scaturigine, del primo passo, del primo sguardo, del primo pensiero, come vuole la vita, come vuole l’amore, come vuole il teatro del mondo, come vuole l’odio, come vuole l’incubo, per poi svoltare, nei modi imprevisti ed imprevedibili, diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da se stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.

 

Ricerca d’identità viene chiamata ogni lunga teoria che cerca la verità, nella sua trasmissione tra i tanti, tra le folle che portano un quid nascosto, quello che alla fine potrà condurre alla conoscenza, allo svelamento, alla fine della tempesta e di ogni confusione, nel senso del conoscere come riconoscere e del conoscersi come riconoscersi, perché in ognuno di noi c’è da tirare fuori, tanto di nascosto, che si fa “vedere” solo quando le condizioni, lo permettono, condizioni che sono dentro di noi. Un’enigma di fondo, che cerca di ricondursi al divino che è in noi e al divino dell’universo (Plotino) in forma ideale, come bisogno radicale, essenziale, dello sconfinamento continuo, che segue la linea dell’orizzonte, che si allontana tanto più, quanto ognuno s’avvicina, ma bisogna guardarlo intensamente, non perderne mai la luce, a dispetto delle tante ombre, delle tante nuvolaglie, polveri e detriti che l’offuscano, forse per farlo perdere, forse per puro caso, per questo ci vogliono poeti e filosofi, mistici e cantori, che soccorrono la vista, dotandola d’intuito e fiuto.

 

Scrittura interiore, sempre come una mistica della parola non detta, dell’immagine non delineata, come secretum dello stare, del sé con se stesso, in lunga meditazione sulle piccole cose e su quelle grandi, perché le une stanno nelle altre e le altre sarebbero vuote, senza quell’interminabile processione per cui non solo l’anima si commuove, ma il corpo si sfila, si asciuga in una ascensione che non è facile, ma è la continua anabasi della vita. Diario in pubblico, mostrato, come lo è ogni codice di bellezza e di sublime che non si vogliono annodare, ma vogliono rimanere punti di vista da affrontare, da confrontare, continuamente, con l’io degli altri, che s’incontra con l’io dell’io, proponendo uno scrittore ad un lettore, un lettore ad uno scrittore, il rovescio della clessidra ogni volta che il tempo sembra essersi fermato, ma non è così, perché solo la sabbia che è finita, in punto a capo. Desiderio oltre il visibile, nell’invisibile che regge e governa, là dove il vedere non significa vedere qualche cosa che abbia limiti e confini, ma avere sensazioni multiple, rapimenti mistici e precipitose cadute, con la controversia continua tra alto e basso, in una perenne trasversalità che porta con sé, il passato, il presente, il futuro, tutto il visto e sentito, l’imprendibilità di un attimo fuggente, sempre quello, sempre un altro e un desiderio lungo e largo, come un grande prato, come un cielo, come una distesa di nomi, di numi, l’avvicinarsi, ermetico, all’oltre, all’ultra.

 

Nuove immagini soccorrono continuamente la fantasia, perché non resti per un attimo come un telo bianco imperioso come i confini di un deserto dei sentimenti e delle emozioni, dove ha cessato ogni scorrere e si levano gemiti dell’impotenza, ma si tratta di interstizi in cui immettere la volontà del fare, di volgere lo sguardo all’imprevisto, all’originale, che appare ogni volta per la prima volta, come un’alba, come una sera, come un’anima. Nuove astrazioni che vengono alla superficie, ora in modo scomposto, ora in modo placido, proponendo le invenzioni di linee, di segni, di colori, come in trasformazioni dell’essere e del nulla, nella sequenza che noi chiamiamo tempo, passione, di motore immobile che muove, anche le stelle e parla con suono di venti, con splendore di luce, con angoscia d’amore.

 

Sintesi impossibili, di figure che trasfigurano, passano come fantasmi che hanno corpo impalpabile, come quelli dei pensieri per cui abitano in essi, con i loro abiti di tutti i colori, per cui ognuno sceglie il proprio come compagnia del proprio labirinto e non si sente solo e dialoga, in attesa che si compia il virtuale, in virtù. Eventi, drammatizzazioni, coralità, solitudini, che non s’incontrano mai per caso, ma obbedienti ad un destino, fanno la fila per ottenere il proprio teatro, farsi vedere, parlare, cantare, fare segni, interpretare geroglifici, del volare con Elia, affondare con Giona, in cammino a passo di danza e siamo in tanti, ma ognuno è uno.