La parola disegnata di Tommaso Cascella

Tommaso Cascella

Conosco Tommaso Cascella da molto tempo. Ci siamo incontrati per la prima volta durante l’occupazione del liceo artistico di via Ripetta nel 1968. Io avevo 15 anni e Tommaso credo uno di più. Era uno dei leader di quell’occupazione e aveva già un’autorità naturale diciamo da patriarca, che è stata il suo destino, la sua vocazione e il suo demone. Suo padre se ne era andato costringendo lui, il maschio di casa, a prendere in mano la situazione. Non era un avvicendamento, bensì una contrapposizione, il padre si era sottratto e Tommaso non si sarebbe tirato indietro.

La prima conseguenza di questa refrattaria eredità fu che Tommaso Cascella inizialmente resistette alla sua vocazione di artista. Giovanissimo fece il gallerista, lo stampatore, l’editore (di una meravigliosa rivista di poesia). La casa ex paterna era sempre piena di gente, i pranzi domenicali affollati di espatriati da ogni angolo del mondo, pittori, poeti, fotografi, disadattati vari. Di tutti lui, e con lui Emma, si prendeva cura. Poi un giorno, mi sembra avesse già trent’anni, decise che aveva scontato abbastanza le colpe paterne e dichiarò che sarebbe entrato nell’arena.

Che momento meraviglioso, ma difficile. L’eredità sua e di tutta la nostra generazione, era complicata. Abbiamo avuto padri dai caratteri forti, segnati dal fascismo e dalla guerra, violenti nei segni, diseducati dalle asperità a coltivare sottigliezze sentimentali, ma ingombranti come la storia che si portavano dietro. Da dove ripartire? La forza di Tommaso e la sua intelligenza, stanno in una scelta fatta allora e che, nel fondo, non ha mai rinnegato. Certo non sarebbe potuto tornare indietro. La pittura e la scultura del novecento avevano fatto un percorso talmente necessario, che ogni restaurazione sarebbe apparsa anacronistica e ingenua. Ma lui voleva dire altre cose, aveva altri temi, più profondi, delicati, ironici, paradossali, icastici, da corteggiare. Non avrebbe disegnato figure a tutto tondo, ne’ sarebbe tornato al figurativo, ma la sua testa era piena di simboli, segni, scritte, numeri, punti e linee che dovevano venir fuori.

L’inserimento nel corpus artistico del materico e dell’informale di questa partitura complessa e raffinata, col mondo affettivo e sensibile che si portava dietro, le frequentazioni letterarie, i viaggi, l’amore per i dettagli di bellezza rubati in ogni luogo del mondo, fu la scommessa di Tommaso Cascella. Nacquero segni capricciosi, sporchi, qualche volta descrittivi, altre volta violenti come tagli nella pietra, spesso ironici (per la sottigliezza ogni tanto mi hanno ricordato, e qui vado a fare un paragone arrischiato, Saul Steinberg).

Questi segni non bastavano a demarcare il suo spazio, e così col tempo, ci si è aggiunto il colore, quel colore che per molti anni recenti è stato tabù (e che era assente dall’opera paterna), un colore fitto di intenzioni, forte, dispiegato con gioia e autorità. Blu meravigliosi (e raffinati), rossi intensi, ocra sontuosi. Il risultato dell’incontro fra questi segni (presenti con altrettanta forza nella scultura) e il colore è stata una fantastica catarsi mediterranea. Opera di sole e saggezza, ironia e dolore, ma mai provocatoria, volgare, faziosa o blasfema. Tommaso Cascella mi ha regalato un quadro e un disegno. Sono ambedue in camera mia. Quando la mattina apro gli occhi e mi capita di guardarli, mi sorridono.

 – Andrea Barzini, Lisbona, gennaio 2014

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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