Tritticus di Salvatore Dominelli

Salvatore Dominelli

Entrare nello studio di Salvatore Dominelli è come entrare nel backstage di un teatro; ci sono, com’è ovvio tutti gli strumenti necessari alla messa in scena, ma soprattutto ci sono gli attori nei loro camerini, che aspettano di mettersi al servizio del copione, di porsi uno in relazione all’altro, diventando appunto personaggi. Forse più che di teatro vero e proprio si tratta di un teatrino, di quelli cari alle tradizioni popolari, con un dietro le quinte ingombro di marionette appese ai fili e una storia non irrigidita dalla scrittura, che segue giusto le linee guida di una trama che non può evolvere diversamente, un canovaccio, ma da cui sempre ci si prende delle libertà.

I protagonisti degli spettacoli di Salvatore Dominelli sono due, o comunque appartengono a due schieramenti contrapposti (come le storie dei pupi siciliani, o le cosmogonie dei dualismi religiosi): i colori, pigmenti puri e violenti chiusi nei loro contenitori trasparenti, e le forme, ammassate a centinaia, ognuna irrigidita nella propria singolare corazza stencil.

Di questa battaglia ontologica, ed esistenziale, tra immagine e colore, ordine e disordine, presenza e sparizione, trattano le opere di Dominelli. Ogni tela serba traccia di questo scontro, che non ha vincitori né vinti, ma che tuttavia deve essere combattuto lo stesso, eterno ritorno di un tempo ciclico, senza risparmiare colpi e fendenti. Qualunque cosa voglia significare la forma nella nostra era liquida, essa è sempre sul punto di annegare e al tempo stesso di affiorare – ogni opera registra, in una serie di frame, un movimento nel tempo e nello spazio, uno spazio reso tridimensionale dalle rotazioni delle sagome sull’asse delle y – in un gioco di galleggiamenti e inabissamenti che, se per un attimo se ne trascura la dimensione tragica, ha anche le movenze di una danza. Quasi si trattasse di una giostra.

È in questa consapevolezza, quella di chi conduce una partita a tris sapendo che il gioco non prevede che il pareggio, che vedo l’eroicità del lavoro di Dominelli. Che non a caso è persona gentile e che sorride. Come il Sisifo di Camus.

Salvatore è uno di quegli artisti che confidano nella pittura esercitata come una pratica zen nella solitudine del proprio studio-isola. Che in un’epoca senza linguaggi, esercita ostinatamente il proprio idioletto trasformato in un mantra ad uso delle orecchie di un mondo (sociale e naturale) indifferente. Il suo è un atto di resistenza; di chi intende contrastare qualsivoglia rassegnata contemplazione del silenzio. O di rumori senza parola.

Per questo, di fronte a un bellissimo quadro rosso di grandi dimensioni, dove del segno non resta che una debole traccia nascosta sotto veli di colore, mi ha detto: “Questo lavoro sta qui da molto tempo, ma non credo sia finito, manca qualcosa”. Presto o tardi, il rosso dovrà infatti liberare la forma che ha trascinato sul fondo e che trattiene in profondità. Salvatore lo sa. È nell’ordine delle cose. Nella storia che vuole raccontare e tramandare.

– Giorgio de Finis

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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