Io Guardo di Nicola Maria Martino

Nicola Maria Martino

Io guardo è un atto poetico dove ciò che compare non rappresenta: i volti, gli aeroplani, le barche, le case, le biciclette, le cabine, gli alberi e i fiori, sono puntuazioni di colore. (Exibart.com su Nicola Maria Martino)

E pensiamo a dove siete e dove siamo
quando eravamo mille, diecimila, centomila: è impossibile

che fuori non c’è più nessuno
è impossibile che non si sente più una voce, un rumore, un respiro
Dove siete? Ci sentite? Io no vi sento!
Non sento più nessuno

Così, nelle ultime righe de Gli invisibili (Nanni Balestrini, 1987), il protagonista racconta l’epilogo dell’insurrezione gioiosa degli anni Settanta finita in una sconfitta, dietro le sbarre del carcere. Una sconfitta politica ed esistenziale che coincideva anche con una violenta deprivazione sensoriale, una impossibilità di vedere, di sentire, di toccare, di parlare. Eppure, poche righe dopo, la chiusura del romanzo affida a un atto poetico la resistenza alla sconfitta: i prigionieri, tutti insieme, accendono una serie di fiaccole infilate nei buchi delle grate a illuminare il buio della notte, fuochi tremolanti che potevano essere visti solo da lontano e dall’alto, dagli automobilisti lontanissimi sull’autostrada e dagli aeroplani altissimi in cielo. Perché la resistenza e la fuga sono un diritto, ma soprattutto, non bisogna dimenticarlo, sono sempre possibili.

E in effetti, a quella sconfitta non solo politica ma anche artistica, a quello scacco della modernità e delle sue false promesse, è stato possibile resistere tracciando molteplici linee di fuga creatrici, e tra queste una delle più potenti è senz’altro quella che ha seguito e segue la via del colore e del suo timbro poetico. Una linea che punta tutto sul colore, le sue variazioni e le sue intensità, come significante puro che resiste alla logica della rappresentazione. In questo senso l’opera Io guardo è un atto poetico dove ciò che compare non rappresenta: i volti, gli aeroplani, le barche, le case, le biciclette, le cabine, gli alberi e i fiori, sono puntuazioni di colore. Il rosa-albania, l’azzurro-bisanzio, il giallo-daunia, il rosso-levante, anche solo accennati, sono significanti che istituiscono una logica propria al di là di ogni significato, proliferazione di significanti puri come perpetuo indizio di un altrove. Ma quella che si traccia qui è anche una linea “minore” contro tutto ciò che è “maggiore”, nel senso che ciò che è stato o sarà, ovvero la storia, è sempre maggiore, ma ciò che diviene, in questo caso il colore, è sempre minore. Io guardo è allora, in quanto ripetizione differente, un’opera che sceglie il divenire contro la storia, la differenza e le sue infinite variazioni cromatiche contro la dialettica del potere. Un’opera “straniera”, come stranieri sono questi volti, perché mette in moto uno scarto laterale rispetto alla tradizione moderna. Un’opera minore, come già quelle di Osvaldo Licini e Giorgio Morandi, Carmelo Bene e Tommaso Landolfi, perché a ognuno di questi volti non si può chiedere la carta d’identità né tanto meno di rimanere se stessi. Ognuno di quei volti, come i molti invisibili del romanzo, accende fiaccole nella notte, fiaccole di colore che tracciano via di fuga dal carcere dello spettacolo moderno. E noi siamo con loro, sempre altrove, nel colore.

– Nicolas Martino

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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