Saturnino di Gianfranco Notargiacomo

Gianfranco Notargiacomo

Quando nel ’78 mi affacciai ventenne all’arte da quella finestra che fu Sant’Agata de’ Goti, spazio d’arte e letteratura che fondai insieme a tanti altri amici artisti e scrittori anch’essi più o meno ventenni, Gianfranco Notargiacomo era un artista poco più grande di noi che aveva esordito nel ’71 con una mostra molto singolare: era un’installazione che respirava molto dell’arte concettuale di quegli anni ma conteneva qualcosa di nuovo che io credo avvertimmo soprattutto noi più giovani, che tra l’altro non potemmo vederla dal vivo ma soltanto in fotografia e per sentito dire. La galleria La tartaruga era disseminata di piccoli pupazzetti di pongo colorato, piccoli uomini tutti uguali nella forma ma tutti diversi nelle posizioni, tutti in jeans e maglietta con un abbigliamento anonimo e insieme fresco, giovanile, ma tutti con colori diversi, tutti a guardare qualcosa – non si sa che cosa – e tutti con forse un pensiero diverso nel loro cuore. Titolo della mostra: “Le nostre divergenze”.

Quegli “omìni”, così venivano chiamati (non so se per suggerimento dell’artista o per invenzione popolare) non avevano niente dell’uomo-massa novecentesco, dei tanti piccoli signor K su su fino a Magritte e oltre, non c’era – questa era la novità – nessun lamento o recriminazione, nessun giudizio novecentesco, era sparita la critica, l’ideologia. Questi omìni erano persone, uomini, tutti intenti a guardare qualcosa, forse il cielo, un evento cosmico, la natura, o semplicemente le persone che entravano, uomini che guardavano altri uomini. Di plastilina, si, effimeri, ma come è èffimera la carne, come è effimero il corpo. Non era un effimero polemico, politico, era un effimero umano. E c’era, in quest’effimero, uno stupore, una meraviglia, un’attesa, qualcosa di profondamente naturale, umano, culturale, e non effimero. C’era una comunità nascente, o rinascente.

E così anche nelle opere successive di Gianfranco Notargiacomo, dove non ci stupiamo di non vedere più installazioni ma solamente pittura, pittura umana, non uomini rappresentati ma gesto e segno dell’uomo, che misura sul suo braccio e sulla sua energia i segni, come l’uomo leonardesco a quattro braccia e quattro gambe, uomo modellato dall’uomo: e quel che è modellato è natura, né più né meno dell’uomo che modella. Come se l’uomo venisse dalla natura e andasse alla natura. Natura come materia e energia, segno e colore, ma senza sofferenza, senza giudizio, anche qui. Natura con cui siamo fatti e con cui facciamo, uomini tra gli uomini e natura nella natura.

Ed ecco quest’energia senza giudizio, questa energia come natura non è altro che il cielo, il cosmo, l’universo. Non c’è né creazione né distruzione in Notargiacomo, c’è solo quest’energia che è vita, e l’uomo che torna a questa incredibile e disarmante positività. Forse questo stanno vedendo gli omìni, vedono semplicemente il cielo che torna a loro e li fa della stessa sua materia, della stessa sua forma. Mi viene in mente Turner che si lega in cima all’albero della nave in tempesta, e diventa tutt’uno con lei. E ricordo un tondo di Gianfranco Notargiacomo intitolato A Turner.

Ma veniamo a Saturnino, il bellissimo tondo ora vicino a noi. Non è questa energia del cosmo? Non è questo un corpo celeste, fuoco cosmico?

Saturno? No, io penso che il nome faccia più riferimento all’aggettivo, non nel significato di malinconico (essendo la malinconia praticamente assente dall’opera di Notargiacomo per via di questa positività onnipresente dell’energia), quanto di quell’attitudine umana di permeabilità al cielo, di essere permanentemente soggetto agli influssi del cosmo. E io non posso non pensare, per la luce che emana, che è dentro di lui e dentro di lui si genera, a una stella. E ci vedo una figura della stella nostra, del sole. E ce la vedo perché tutto quello che ho detto fino adesso, mi si riassume tutto in una parola: generosità. Parola che mi evoca la nobiltà del genus, e anche generazione di energia, o se vogliamo la generazione in sé, il generare, che implica un dare all’esterno, senza guardare e giudicare, senza distinguere, come il sole che dà la sua luce e il suo calore a tutti indistintamente, buoni e cattivi, belli e brutti, e che non si risparmia in questo generare, ma tutto dà quello che può e deve, fino a che a un certo punto si esaurirà.

La sua vita terminerà perché avrà finito di dare. Quest’opera di Gianfranco Notargiacomo mi ricorda una mia breve poesia inedita dedicata al sole, che è sugli stessi temi, e mi sembra quasi che l’opera di Gianfranco la traduca in immagine, o la poesia traduca l’opera, e per questo la metto qui, accanto a Saturnino.

Caro Sole, tu ogni giorno

non so quante tonnellate di materia perdi

e anch’io, ogni giorno, perdo qualcosa,

ogni giorno perdiamo un giorno

ma quando sarà finito il tuo tempo

si potrà dire di te: è stata una stella generosa,

per tutto il tempo ha illuminato e scaldato

i corpi intorno, senza fermarsi mai

dando tutto il possibile di sé,

sempre al massimo delle sue possibilità,

tutto quello che poteva fare l’ha fatto

e tutti sempre l’hanno ringraziato

e l’hanno adorato, l’hanno benedetto

e nella sua lunga vita lui ha sempre gioito

della riconoscenza di tutti.

 – Testo e poesie di Claudio Damiani

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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