Cinque figure di Gabriel Feld

Gabriel Feld

Una credenza, certamente apocrifa, ci racconta che solo l’occhio degli Dei può avere uno sguardo completo sul mondo. Ai mortali è data una visione parziale quanto limitata; ma per riscatto gli dei hanno fatto dono agli esseri umani della capacità di descrivere l’intero universo con la virtù dell’immaginazione. Vedere comporsi sul muro dello studio di Gabriel Feld una sequenza seriale di post-it, o foglietti di carta colorata di formato industriale, mi faceva veniva in mente questo mito, trovato e perduto nella confusione di letture sempre male memorizzate. E con essa, anche se con incertezza, emergeva la figura retorica della metonimia (ma più propriamente una sineddoche), in cui un frammento di forme geometriche risponde ad una possibile ricomposizione idealizzante dell’intero cosmo nella nostra mente.

L’opera in mostra alla Bibliothè Contemporary Art, Cinque figure, è la materializzazione di aspirazioni, di suggestioni e di pratiche quotidiane con il design e con l’arte. Manifesta l’interesse per la geometria astratta e per l’insegnamento dell’Architettura in una università, la Rhode Island School of Design, dove la progettazione ha forti propensioni verso le arti. In senso più ampio, sono pertinenti i richiami al Razionalismo, al Costruttivismo e quindi alla Bauhaus. Ma a questi si aggiungono substrati storici: la maglia ortogonale di Buenos Aires, città natale di Gabriel; o più recentemente, intanto che egli andava familiarizzandosi con la Roma antica, la centuriazione del territorio agricolo, la tecnica edilizia detta opus reticulatum e i pavimenti cosmateschi delle basiliche romane.

Sul retroterra formativo si inserisce la componente didattica. Preparare gli studenti a rendersi conto del valore intrinseco dei materiali e delle possibilità che hanno le mani di estenderne le potenzialità. Lezioni o meglio esercizi di grammatica visiva che sono eseguiti con materiali seriali e poco costosi. Da qui il trasferimento ad una sfera estetica, dove la tassellatura è il risultato di un ritmo musicale, dunque cromatico, che dà origine ad una nuova struttura, o relazione tra parti con l’insieme.

Ma qui avviene una caduta. Gabriel Feld è esplicito: nel suo lavoro non vi è alcun a priori, né nella sequenza del fare e tanto meno nel risultato finale. Perché nell’apparente rigore razionale si insinua una spinta sovversiva che proviene dalla materia stessa e si manifesta in forme di interruzione, deviazione, caducità. Perché può accadere che il lavoro si modifichi per gli impulsi di circostanze empiriche che non sottostanno a modelli di ordine precostituito. Perché la griglia non se la sente più di essere una griglia e, mentre si sfalda, impone di muoversi verso destinazioni imprevedibili.

La statuto effimero di Cinque figure richiede che l’opera sia una istallazione in sintonia con le dimensioni e le condizioni di luce dell’ambiente, i cui valori cambiano in conseguenza della posizione assunta dallo spettatore. E per questo stesso statuto l’istallazione deve essere eseguita con una certa rapidità: messa in opera e consumata.

Leale alla sua vocazione di architetto nel cantiere e di insegnante in aula, Gabriel Feld ha avuto la collaborazione di quattro studenti, Rakhshaan Qazi, Heather McLeod, Eashan Chaufla, Harrison Ochs, perché si aprano all’esperienza di specchiarsi nella costruzione di una particella dell’universo. Nelle convenzioni estreme della stilizzazione, le loro parvenze si possono intuire non certo in improbabili tratti fisionomici ma nelle relazioni antropomorfiche con ognuna delle Cinque figure. Penso che gli dei le guardino con ammirazione e benevolenza.

 – Ezio Genovesi

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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