Calendario di Franco Mulas

Franco Mulas

Che strano, trovarmi dopo tanti anni davanti ad un ‘cavalletto’ sul quale è in lavorazione, ma forse è già finito, un quadro . . . grande, sovrastante, incombente . . . e doverlo guardare con il ‘compito’ di tirarne fuori una pagina scritta. E sento tutto il paradosso di dover tradurre in parole, logiche, ‘calibrate’ per antonomasia, qualcosa che invece è ‘solo’ un’impressione, una percezione, un sentimento. Quindi qualcosa assolutamente non riducibile ad un possibile ordine o descrizione.
Diffido io per primo di ciò che potrò dire di Franco Mulas, ma certamente devo sentirmi libero nel rendere conto di questa emozione che è lontanissima da qualsiasi possibile sguardo ‘professionale’. Anche perché, mentre guardo, come può avvenire in un quadro di Klee, ‘si produce’ un accumulo di interferenze e di attrazioni. E così, cercando di seguirne le linee, ogni possibile decifrazione la sento assolutamente arbitraria.

E c’è ancora qualcosa che posso dire francamente, nel cercare di individuare l’autore del quadro, che le parole ‘accumulo’ e ‘decifrazione’, appena usate, per effetto dell’antitesi intrinseca, possono anche aiutarmi, paradossalmente, a ritrovare me stesso in questa strana esperienza che avverto come di rispecchiamento, di viaggio nella memoria. Le immagini dell’oggi, ora e qui, per me che conosco Franco da ‘sempre’, sono il frutto dell’effettivo ‘accumulo’ degli anni delle nostre vite. E si manifesta stranamente l’effetto imprevisto per cui è proprio quel ‘cumulo’ che mi ritrovo davanti, rappresentato da una immagine come ‘massa espressiva’, che mi spinge a lasciarmi andare ad un rapporto che non può che essere solo mio. Anzi, diciamo mio e di Franco Mulas. Ed è una lettura senza intenzionalità, tantomeno quella delle pur legittime ma latenti identificazioni, come anche quella della mai contraddetta militanza, culturale e politica. Un giorno lui ed io, fratelli di formazione, ma per destino ‘separati in culla’, abbiamo conosciuto un involontario allontanamento quando a me è accaduto di subire il fascino di uno dei più autentici mostri sacri del novecento, Orson Welles. E, mentre la corrente mi portava lontano, percepivo la caparbia volontà di Franco Mulas che lo faceva giurare che nulla lo avrebbe distolto dal compito che si era dato. A qualsiasi costo.

Quando qualche anno fa ho visitato, al Museo Bilotti, la mostra antologica della sua storia, mi è venuto da dirgli “Quanto lavoro!” E lui “Se vede?” Ed io “Si, se vede”, intendendo “Si sente!”
Ora questo quadro che ho davanti, che si erge sopra il basamento del cavalletto, come un albero cresciuto senza riferimenti ‘padronali’ e senza ordine, nella assoluta spontaneità e autonomia, si è però dato un compito ordinato, quello di non voler eccedere, per il momento, lo spazio dato dai suoi limiti. E se ha deciso di non ‘debordare’, di non dilagare, di non andare oltre, di stare nel perimetro, da cui possa derivare anche la sua forma. Ed è perché possa ancora compiersi un possibile discorso, perché ontologicamente possa continuare ad essere testimonianza della volontà di comprensione sincera e profonda che ognuno dovrebbe darsi. In particolare chi con il proprio lavoro creativo deve farsi sismografo della direzione che abbiamo assunto, accompagnandoci irrinunciabilmente gli uni agli altri, nell’imprevedibile percorso umano.

Nel magma della memoria, e quindi nelle immagini che da quella sono generate, si riconoscono solo ombre perdute di una stratificazione casuale, suggestioni ricoperte, affossate, come di un sottobosco che è cresciuto nella più autentica e contraddittoria spontaneità. Vi si ritrovano i segni grafici di una lontana tentazione di raccontarsi, ma prevalgono le ‘ferite’ di indecifrabili squarci.
Sopra tutto questo ognuno può sentire sovrastanti nella natura che si auto-rappresenta, come nella lettera di Vincent al fratello Theo, “le cicale che cantano in greco antico”.

– Roberto Perpignani

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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