Racconto Americano di Enrico Luzzi

Enrico Luzzi

CERCASI SANCIO DISPERATAMENTE (di Roberto Cavosi per Racconto Americano di Enrico Luzzi)

Quella mattina al centro di Manhattan, tra la Broadway e la quinta, vidi un nero preso per il collo da un paio di guardie. Che banalità pensai. Mi avvicinai comunque alle due guardie e gli chiesi che avesse fatto quel’’uomo. Laconici mi dissero che era uno che fuggiva e quindi andava fermato. “Ma da cosa fuggi?”, chiesi all’uomo. “Dalla noia di tutti i giorni”, mi rispose. “E per questo lo arrestate? Ma che vi ha fatto? Andiamo guardie lasciatelo andare!”. E loro: “E’ il giudice, stronzo, che decide. Non noi!”, mi ringhiarono a brutto muso. “A maggior ragione che v’importa d’eseguire ordini per altri, lasciatelo libero. Non sapete che la libertà è il nostro bene più prezioso?”. Mi diedero uno spintone. Allora non ci vidi più e mi scagliai su quei due vigliacchi. Non so quale santo mi aiutò ma nel parapiglia mi trovai una delle loro pistole in mano. Si diedero alla fuga mentre gli gridavo dietro: “Non si trattiene chicchessia contro la sua volontà, non lo vorrebbe certamente nemmeno il Presidente”. Ma loro erano già lontani.

Il nero mi baciò le mani che io naturalmente ritrassi immediatamente. Lo pregai tuttavia di recarsi fino al Toboso per annunciare all’incomparabile Dulcinea l’atto di giustizia che avevo appena compiuto. Quello si mise a ridere chiedendomi se fossi pazzo. “Dirò tutt’al più una preghiera per lei e la sua Dulcinea”… “Cosa?” – ribattei – “Bastardo d’un cane, figlio di puttana è questa la tua riconoscenza?”. Quello non ci pensò due volte e, colpitomi in volto con un cazzotto degno di Tyson, mi abbandonò sul marciapiede con il naso sanguinante. Passò di lì una coppia ma solo lei mi rivolse uno sguardo vagamente impietosito. Velocemente, molto velocemente tirarono dritto.

A stento mi trascinai fino alla radio libera da dove trasmettevo il mio programma radiofonico Cercasi Sancio disperatamente. In effetti era già da un po’ di tempo che non avevo più notizie del mio tecnico. Un vero lutto. Non tanto per la radio, perché io i dischi li so caricare lo stesso, so farli viaggiare alla grande sul piatto e la gente balla, eccome balla al ritmo della mia musica ma, ecco, è la mia vita che s’era immalinconita senza di lui. Sancio aveva un non so che di animale e al tempo stesso di geniale da farmi sembrare ogni giornata una giornata spesa bene. “Sai cosa faccio d’ora in poi – mi disse un giorno -, sconterò la morte a rate, un pisolino al giorno. Sono sicuro che così potrò campare all’infinito”. Oppure un’altra volta: “se a una mucca darai da bere del cacao non potrai mai mungerne cioccolata”. Me lo disse quando Bush figlio decise d’attaccare l’Iraq. Capite che avere per amico uno così è come avere vinto una corsa direttamente al centro dei misteri della vita. Don Chisciotte, mi chiamava, perché diceva che come lui io sapevo andare al nocciolo delle questioni, sapevo scagliarmi contro qualsiasi mulino a vento.

Comunque, si: stavo ancora cercando un altro tecnico ma era gente scialba, troppo normale come quei tipi che se ne vedono a centinaia, con giacca e cappello, cintura e forse la cravatta. Mi chiedevo spesso come fosse la loro vita, se gli tirava più che a me, se avevano mai provato sentimenti grandi ed immensi verso una donna, se sapevano inebriarsi al solo ricordo del suo profumo, nella speranza di una sua nuova carezza. E la mente mi portò a Dulcinea, la mia regina, la mia unica salvezza, uno schianto di messicana in cella al Toboso beccata come emigrata clandestina. “Chissà come stai ora Dulcinea – pensai -, se stai sospirando alla luna, magari ricordando quel nostro primo interminabile e sconvolgente bacio in cima all’Empire State Building”. E che invidia mi facevano tutte le coppie del mondo, quelle che vedevo dalla finestra della radio o quelle che mi telefonavano chiedendomi un pezzo d’amore: Magic Moments, o Unforgettable di Nat King Cole… Tutte le coppie mi facevano incazzare, anche quelle più improbabili: lei con cappotto e borsetta, capelli raccolti sulla nuca in un’unta cipolla e lui che, porca puttana, le cammina un metro avanti… Cazzo beati comunque loro, coglioni loro che non sanno quanto potrebbero essere fortunati.

La sera arrivò tardiva ormai come tutti i giorni da quando Sancio non era più con me. Tornando a casa decisi, anche se allungavo, di passare dal Central Park… Le ombre della sera gareggiavano in lunghezza con i grattacieli che in quel crepuscolo un po’ ovattato sembravano enormi giganti. All’improvviso sentii delle risa, delle voci gioiose molto familiari… Con il cuore in gola corsi dietro ad un gruppo di alberi. Due figure, un uomo ed una donna, giocavano alla cavallina. Caddi in ginocchio. Erano Sancio e Dulcinea. “Ma come…”, balbettai. “Scusami – mi disse Dulcinea-, sono uscita prima per buona condotta”. “Ne sono felice – risposi – ma io? E che ci fai con Sancio? Cosa cazzo significa?”. “Scusaci”, replicò lei. “Scusaci”, mi disse Sancio per niente imbarazzato, e ridendo ripresero ad allontanarsi giocando felici alla cavallina… Non credo d’essermi mai sentito così di merda… Ma la cosa veramente più umiliante è che da quella sera non faccio altro che ripetermi nella testa, come un disco rotto, una delle tante “belle frasi” che mi diceva di Sancio alla radio: uno dei vantaggi del piacere sul dolore è che al piacere puoi dire basta al dolore purtroppo no.

 – Racconto di Roberto Cavosi

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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