Patologia della Luce di Ennio Calabria

Ennio Calabria

Ammesso che un quadro possa rappresentare qualcosa (intendo dire: qualcosa che non sia se stesso) Patologia della luce di Ennio Calabria rappresenta una catastrofe, una fine, forse la fine di un mondo, o del mondo. Il brandello d’azzurro in alto a sinistra allude a un orizzonte e ci fa capire che si tratta della terra, vista fino ai suoi limiti e per intero. Sono corpi quelli che si vedono? Forse solo simulacri di corpi, loro ricordi, resti, stracci, tracce: quelle figure umanoidi sono ciò che resta di un’umanità.

È molto importante il fatto che quelle figure siano in movimento, giacché a loro non è neppure concessa l’immobilità rassicurante della morte: se quei residui sono corpi, corpi di morti, allora certo si tratta di morti senza alcuna pace. Ed anche con lo spazio essi stabiliscono un rapporto non pacificato, lo occupano ma non lo possiedono in alcun modo né gli appartengono (così niente di più sbagliato sarebbe che paragonare quelle figure a dei bagnanti distesi su una spiaggia: i corpi addormentati al sole sono due volte padroni, della terra e del sole, questi sono invece spossessati di tutto, compresa la loro umana figurazione, che infatti sfuma in pura allusione).

Quelle figure perdono, hanno perso, anche la rassicurante stabilità dello stare, e se dovessi usare una parola sola per descrivere la loro condizione userei scivolamento, che è un precipitare inevitabile ma senza neppure il pathos del precipizio. Tuttavia la direzione di quello scivolamento è univoca: dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra, dunque essa è collettiva. Scivolare fuori dall’essere è cosa che riguarda tutti.
Solo sulla destra del quadro, forse, delle donne nude sembrano muoversi, o piuttosto resistere alla piattezza dello stare a terra, forse qualcosa di loro è in movimento e perfino in piedi: significa, forse, che esse in qualche modo resistono alla catastrofe?

Restano da capire le due linee piatte, strisce senza colore, che si intersecano al centro, fra di loro e con le due diagonali ideali del quadro, introducendovi un unico, e assolutamente contrastante, motivo di ordine o addirittura di simmetria.

Credo che queste linee, o strisce, che si incrociano non abbiano nulla a che fare con la croce cristiana. Piuttosto mi sono venute in mente (per contrasto e opposizione?) le strisce orizzontali che sul pavimento scandiscono, producendovi una simmetria perfetta e proclamata, La città ideale (datato tra il 1480 e il 1490), il misterioso quadro anonimo, prodotto e simbolo del Rinascimento, che si conserva a Urbino. Anche lì non si tratta di linee ma di strisce, di colore grigio-marrone indefinito (come le due strisce, forse tre, di Calabria), ma lì le strisce creano un piano assolutamente orizzontale, e convergendo secondo le leggi d’oro della prospettiva conferiscono all’immagine una stabilità assoluta.

Lì nessuno scivolamento fuori dall’essere è possibile per nessuno. Forse è questo il motivo per cui – si noti – quella stabilità e quella perfezione, non tollerano l’umanità: qualche porta socchiusa, e qualche rara pianta alla finestre (per lo più aperte), ma umani nessuno. La città ideale è deserta di umani (forse per questo essa può essere ideale?) e l’unico soggetto che vi è implicato è, fuori dal quadro, lo sguardo di chi osserva, in cui l’immagine trova il suo compimento prospettico perfetto (ma allora quello sguardo-soggetto creatore di perfezione non è di uomo o di donna: è di Dio) .

Qui nella Patologia della luce è tutto il contrario: non c’è più nessuno fuori dal quadro, ma siamo tutti immersi dentro la tragedia che il quadro racconta (questo significa la violenza della e sulla prospettiva). Certo, contrasta con questa visione catastrofista la luminosità del quadro. Ma, appunto come il titolo spiega, si tratta di una patologia, non di una normalità. Normalità sarebbe il buio.
Nella pittura di Ennio Calabria (specie nella più recente che conosco: penso allo straordinario Crocifisso esposto a S. Andrea Della Valle per il Giubileo di papa Francesco) anche il colore è pressoché perduto, quel meraviglioso colore che è stata la forza di Ennio Calabria per tanti anni e per tanti quadri. Ma qui – nonostante tutto – c’è la luce, la luce rimane. Il resto non è silenzio, è luce.

– Raul Mordenti

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.
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