Campus Stellae di Claudio Carli

Claudio Carli

Campus Stellae è un lavoro che insiste sul tema del sorriso e del riso che Claudio Carli va ricercando da anni. Le mostre dai titoli Salus (Senigallia 2013), Durata mobile (Roma 2013) e Leggeri sul filo (Assisi 2015) elaboravano gli aspetti del sorriso enigmatico delle statue acroteriali etrusche. O quelli del riso contagioso nei ritratti degli abitanti di Piazza Nova ad Assisi, nella contiguità degli atteggiamenti di ciascuno che si muta dalla cordialità, alla simpatia, alla arroganza, alla ilarità irrefrenabile.

Campus Stellae sembrerebbe smentire ogni possibilità di aprirsi al sorriso e tantomeno al riso. Il grande disegno realizzato con carboncino su carta satinata, composto da 96 parti, raffigura un luogo indefinibile, a cui si può arrivare per approssimazioni che escludono quello che non è. Non una città, né il rudere di una città; né una città le cui rovine sono state restaurate e rimesse stranamente a nuovo. Non è un labirinto. Anche se la lucida confusione delle strutture murarie sembra farci intuire che lo sia stato, ma così perverso che non corrisponde più al leggendario palazzo costruito da Dedalo. Siamo in un non-luogo, una disarticolata distesa infinita di stereotomie, attraente e disperata.

Lo stato di questo spazio fa pensare alla trasformazione delle tante Città invisibili di Calvino. Da meravigliosi conglomerati di edifici, strade e piazze e porti pieni di gente industriosa e felice quando vi si entra, rapidamente quelle città si rivoltano nello loro opposto, inospitali e orribili quanto più ci si avvicina al loro ventre ripugnante. Forse è una visione ispirata a quel brano di lettura fantastica in cui si spiega che il numero dei passi durante la nostra esistenza è infinito quanto le direzioni del cammino assurde. Meno allusivo è il riferimento alla Valle umbra, che di giorno mostra la perdita della atavica operosità nello scriteriato bailamme di costruzioni. Ma di notte tutto è nascosto e allora le luci disegnano un paesaggio diverso. La notte infatti è l’unica condizione che può riscattare il non-luogo. La notte ammanta le angosce mentre gli astri gettano una luce di speranza in questa desolazione.

Sappiamo dai mitografi che Le Pleiadi, inseguite e minacciate dal cacciatore Orione, pregarono gli dei di proteggerle. Gli dei subito le mutarono in stelle. Fisse ormai nel cielo vivono di luce eterna. Quando vedevano alzarsi a Oriente la costellazioni delle Pleiadi, appena prima del levarsi del sole, ai marinai si allargava il cuore e il sorriso illuminava i loro volti. Era l’inizio della stagione favorevole alla navigazione, quando il mare sarebbe stato più calmo. Nella poesia Un Patio Borges presenta, di sera, il reciproco rispecchiamento tra il minuscolo cortile e il cielo. Questo invade un patio che diventa firmamento dove l’eternità aspetta in un crocicchio di stelle.

L’immagine poetica può essere adatta a capire la interazione tra il labirinto disegnato e le luci a tecnologia LED che si accendono dietro i fori della carta. Altro non sono le luci che i sorrisi delle Pleaidi e del piccolo Principe, non più minacciati da Orione o dalla Morte; o impauriti dal Labirinto che non prospetta vie d’uscita. Il sorriso è lo stato dell’accoglimento e dell’avvicinarci ai nostri simili e al mondo. La forza che ci riscatta dal male. Pertanto ogni individuo è nella “necessità” di sorridere, seppure nei diversi gradi di radiosità come le stelle. Claudio Carli immagina questa necessità come punti in uno spazio che possono essere collegati tra loro dando origine a inaspettate geometrie. O con altra figura si potrebbe dire, creando un’aura di speranze per un comune rispetto e una reciproca comprensione.

 – Ezio Genovesi

Tutto si conduce ad unità – afferma Gallo Mazzeo – `{`…`}` nei modi più imprevisti ed imprevedibili è diventare scoperta di sé, del sé nascosto che in tanto errare e peregrinare non si è mai allontanato da sé stesso, dal proprio sogno, perimetro e area di una grande avventura, in cui ogni nome pronuncia un nome, ogni volto cerca un volto e tutti insieme recitano Unum.

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