ACHILLE PACE di Laura Turco Liveri Conobbi i fili di Achille Pace sul finire degli anni Ottanta, nella personale allo Studio Soligo di Roma. Allora ebbi l’impressione di trovarmi di fronte alla ricerca di un giovane solitario che tentava di individuare nuovi percorsi di svolgimento dell’arte contemporanea. Quegli itinerari che si dipanavano continui in piccole volute,  bianchi su fondi neri o nerogrigi di colore diluito, e non omogeneo, mi rimasero nella mente e nella memoria come uno dei pochi episodi significativi di quel periodo. Ci furono, in seguito, anche altre mostre in cui era presente l’artista, ma nello studio di Pace, quando ebbi poi occasione di conoscerlo, quelle immagini si moltiplicarono, svelandomi altri riferimenti, relativizzandosi nell’intero percorso visivo delle opere ordinate cronologicamente. Perché Pace non ha vissuto solo la grande epoca dei fili di refe per cui è diventato famoso. Esiste un prima e un dopo che ne completano la figura di uomo e di artista. Le taches e i colori dei primi paesaggi sono impastate di una materia spessa e opaca, quasi sporcata dal contatto con la terra. Vi si avverte l’odore dell’aria delle prime prove vissute all’aperto. Con un andamento serpeggiante, i tocchi di colore si sovrappongono all’iconismo del paesaggio, tema in ogni modo caro all’artista, costruendo forme già concepite a livello mentale. Tale dicotomia rivela il tentativo dell’autore di risolvere le forme naturali, avvertite visivamente e tattilmente, in vibrazioni cromatiche che evidenziano in realtà un disegno mentale. Lo appassiona, infatti, nelle sue continue riflessioni sulla storia dell’arte, che catturano chiunque si trovi ad ascoltarlo, il conflitto irrisolto di Van Gogh, sospeso tra il segno in quanto tale e l’articolazione dei colori, le sottili vibrazioni di Klee, distillate con raffinatezza dalla natura, e il plasticismo pittorico di Mondrian, che, pur provenendo anch’esso dalla natura, si impossessa totalmente dello spazio della tela. Negli anni Cinquanta tenta la via dell’informale, con prove già compiute in sé, ma che non coinvolgono plasticamente la tessitura della tela, intesa ancora come semplice supporto della composizione. Sono opere cromaticamente ricche, che conservano della natura i toni e le sfumature, incentrate spesso su rossi infuocati cui contrastano verdi o blu oltremare, colori che in seguito il pittore radicalizza, eleggendoli a suoi preferiti. A mano a mano emerge dalla composizione un segno, dapprima quasi una scolatura, in ricordo del dripping di Pollock, poi vero segno grafico in continua fibrillazione, che traccia architetture irreali al limite tra una magica apparizione e un ideogramma orientale. L’affiorare della tela, senza preparazione, che già si indovinava dall’alleggerimento, in taluni esempi, della materia pittorica ai bordi della figurazione, annuncia già la cesura tra le Pitture e i successivi Itinerari. Veri e propri viaggi mentali, questi ultimi, dove i fili di refe - segno, disegno e linguaggio – stabiliscono finalmente un continuum plastico e formale con il supporto di cotone, evidenziato e non più nascosto dalla pasta cromatica. La naturale congruenza tra tutti gli elementi che costruiscono fisicamente l’opera, e la riduzione dello spettro cromatico ad un solo colore, declinato in infinite tonalità vicine, segna il personale superamento dell’antinomia segno-colore e il passaggio alla fase...

Campus Stellae di Claudio Carli è realizzato con carboncino su carta satinata, composto da 96 parti, raffigura un luogo indefinibile, a cui si può arrivare per approssimazioni che escludono quello che non è...